Guido Reni, i Barberini e i Corsini

18,00 

2018 • 176 pp. • brossura con alette • 16,5 x 24 cm • 50 ill. a colori
987-8833-670-15-7

Lingua: italiano

Catalogo della mostra
Roma, Palazzo Corsini, 16 novembre 2018 – 17 febbraio 2019

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Guido Reni, i Barberini e i Corsini

Storia e fortuna di un capolavoro

 

Stefano Pierguidi

 

Torna a Roma un’opera emblematica per le Gallerie Nazionali Barberini Corsini: la Visione di sant’Andrea Corsini di Guido Reni (1575-1642) commissionata dai Corsini per la canonizzazione del santo vissuto nel Trecento, celebrata da Urbano VIII Barberini nel 1629. Il capolavoro di Reni, ospitato nelle sale del Palazzo Barberini alle Quattro Fontane fino al 1936, quando passò ai Corsini di Firenze (oggi è alla Galleria degli Uffizi) verrà per la prima volta messo a confronto con la sua replica eseguita nel 1732 da Agostino Masucci, rimasta sempre nella galleria di Palazzo Corsini in via della Lungara.

Guido, definito da Roberto Longhi come l’«Apelle clericale» per quella sua miracolosa fusione tra valori cristiani e ideali classici, fu uno dei protagonisti dell’arte europea di primo Seicento, ricercato e stimato da papi e regnanti al pari del solo Bernini. Il Sant’Andrea Corsini è in questo senso un capolavoro paradigmatico, un’immagine iconica della devozione seicentesca, intrisa di riferimenti a Raffaello e all’Antico, in un’inedita e fortunata formula alternativa al Barocco più tuonante di Bernini e Pietro da Cortona. Guido, dopo un serrato confronto con il naturalismo di Caravaggio, si sarebbe sempre mosso verso una pittura via via più rarefatta, approdando negli anni estremi della sua carriera a preziosi ed estenuati accordi cromatici, di lillà e aranci, quali quelli che si ammirano nella sua seconda interpretazione del tema di Sant’Andrea Corsini, anch’essa presente in mostra (1635-40 circa; Bologna, Pinacoteca Nazionale).

Nel 1730 venne eletto pontefice proprio un discendente del santo fiorentino, Lorenzo Corsini, che prese il nome di Clemente XII. A un secolo di distanza da quel fatidico 1630 che aveva visto la piena maturazione del Barocco, a Roma era ancora di piena attualità la declinazione più nobile ed eletta di quel linguaggio. E così non sorprende che il pontefice, per l’altare della cappella di famiglia nuovamente eretta in San Giovanni in Laterano, commissionasse una sontuosa replica in mosaico del dipinto di Guido. Allo specialista incaricato di realizzarla, Pietro Paolo Cristofari, venne fornito un modello su tela di dimensioni maggiori rispetto all’originale, modello eseguito da Masucci, pittore oggi pressoché sconosciuto al grande pubblico, ma allora considerato l’ultimo erede di quell’alta tradizione che da Raffaello, passando per Annibale Carracci e Guido Reni, arrivava a Carlo Maratti, suo maestro. Il successo di Masucci nella Roma del tempo fu soprattutto in veste di ritrattista, ed egli fu capace di rinnovare quel genere, anticipando quasi la ritrattistica di gruppo inglese della seconda metà del secolo, come si vede nella tela (presente in mostra) che celebrava un accordo diplomatico tra Portogallo e Santa Sede. Masucci non solo eseguì l’effigie ufficiale del pontefice, esposta in questa occasione, ma il suo doppio ritratto di Clemente XII e del cardinal nipote Neri Maria Corsini venne anch’esso tradotto in mosaico: il modello su tela e la versione musiva saranno messi a confronto nella mostra. Proprio come Reni un secolo prima, anche Masucci venne chiamato ad eseguire un dipinto di canonizzazione, l’Estasi della beata Caterina de’ Ricci, ancora oggi nella Galleria Corsini, spettacolare esempio della vena narrativa del pittore, capace di calare il mistero sacro in una dimensione terrena, più affabile e concreta.

Lo sperimentalismo tecnico di Reni, pittore che lavorò tanto ad affrescò quanto ad olio, su tela, rame, pietra di paragone e persino su seta, e venne replicato in mosaico già a partire dalla prima metà del Seicento, insieme alla sua eccezionale fortuna settecentesca attestata anche da copie in arazzo e ancora in mosaico, saranno l’oggetto della seconda parte della mostra. Il Putto dormiente di Reni ad affresco, staccato dal muro e ancora provvisto della sua cornice fatta eseguire appositamente dal cardinale Francesco Barberini nel 1629, attesta dell’eccezionale fortuna collezionistica del maestro, e della particolare predilezione che per lui ebbero i Barberini. Guido, al pari di Masucci un secolo dopo, era stato un grande ritrattista, e in mostra si potrà ammirare la versione musiva del suo Ritratto del cardinale Roberto Ubaldini, opera dello specialista Giovanni Battista Calandra. In occasione della mostra tornerà nella Galleria Corsini anche la Sibilla reniana in mosaico, oggi in Palazzo Pitti a Firenze, ma attestata nel Settecento nel palazzo in via della Lungara, un capolavoro di Mattia Moretti (il quale lavorò anche su cartoni di Masucci, per i mosaici inviati in Portogallo). Tanto lo Studio Vaticano del mosaico quanto l’arazzeria impiantata nel complesso di San Michele a Ripa diedero allora nuova vita alle invenzioni di Guido, celebrate anche attraverso la preziosità di quei materiali, in oggetti di squisita fattura destinati a servire come doni diplomatici.

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Stefano Pierguidi

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Guido Reni, i Barberini e i Corsini. Storia e fortuna di un capolavoro