Prêt-à-porter di Giovanni Frangi

24,90 

2017 • 3 volumi in cofanetto: 64 + 64 + 32 pp. • brossura • 23,5 x 16 cm • 115 ill. a colori
978-88-99765-44-6

Lingua: italiano

Catalogo della mostra
Pistoia, Palazzo Fabroni, 5 febbraio – 1 maggio 2017

Prêt-à-porter di Giovanni Frangi

 

a cura di Giovanni Agosti

 

Da sempre il lavoro di Giovanni Frangi, un artista milanese, nato nel 1959, si sviluppa a partire dalle cose viste: le persone, i luoghi, la vita. Non va, almeno all’apparenza, al di là di quanto ha sperimentato con i propri occhi. Con il passare del tempo gli esseri umani sono scomparsi dalla pittura di Frangi, che rischia di essere nell’Italia di oggi il maggiore interprete degli spettacoli naturali, restituiti attraverso tutti gli strumenti possibili, senza barriere.
Ogni sua mostra, piccola o grande, non è più una generica raccolta di opere ma il frutto di un progetto che nasce dall’auscultazione dei luoghi e degli spazi; spesso il «dottore» che lo accompagna nell’uso di questo stetoscopio o sismografo interiore è Giovanni Agosti, anche lui milanese, classe 1961. Insieme hanno popolato le scuderie di Villa Panza a Varese, con l’evocazione tridimensionale di un fiume di notte, o l’emiciclo di Villa Manin a Passariano, con un arsenale di apparizioni, o il nuovo Orto botanico di Padova, con un match di tele dedicate alla flora terrestre e a quella subacquea. Il secondo piano di Palazzo Fabroni, con le sue finestre affacciate su scorci diversi e opposti della città, è il punto di partenza per una mostra costruita su un sistema binario di rappresentazione. Da un lato infatti l’edificio prospetta, con il suo ingresso principale, su via Sant’Andrea, dove – proprio lì davanti – si staglia la facciata della chiesa romanica omonima, con le sue strisce bicrome; dall’altro lato c’è invece, passato il cortile, via Santa: in quella direzione lo sguardo punta, oltre piazza del Carmine, verso l’ospedale del Ceppo, tanto celebre per il suo fregio policromo in terracotta invetriata. Questa contrapposizione coinvolge due dei più celebri monumenti di Pistoia: i bianchi e i grigi di Sant’Andrea e i gialli, i verdi, i blu e i rossi del Ceppo. Da qui, con una contrapposizione elementare, lo scheletro di Prêt-à-porter, il cui filo conduttore è costituito proprio dal fatto che le sale di Palazzo Fabroni affacciate su via Sant’Andrea ospitano opere in bianco e nero e quelle su via Santa opere di colori diversi.
Il repertorio di Frangi è squadernato in questi ambienti, attingendo dal suo magazzino creazioni appartenenti a stagioni diverse della sua ormai lunga carriera: si va da dipinti su tela che risalgono al 1986 fino a realizzazioni ad hoc, che vedono la luce per la prima volta a Pistoia. Non ci si deve affatto aspettare però una retrospettiva quanto piuttosto una riflessione sulle stagioni del proprio lavoro e sulle analogie, ma anche sugli scarti, tra opere eseguite a distanza di tempo.
Proprio le regole della visione e il montaggio delle attrazioni sorvegliano il percorso attraverso i 12 ambienti. L’alternanza degli spazi, irregolari di forma e molto differenti per dimensioni e temperatura espressiva, governa la disposizione delle opere. L’avvio è dato da un singolare cannocchiale puntato verso Sant’Andrea che – al posto di scoprire angoli mai visti di un monumento da manuale – restituisce dettagli deformati del lavoro dell’artista. E poi ci sono incisioni al carborundum con le piante di un giardino botanico californiano, carte con sagome di isole incantate, grandi tele con le ninfee, teloni da circo con le stelle del cielo e tendoni da fiera, bruciati dalla varechina, che danno vita a una capanna indiana come l’avrebbe sognata chi è stato bambino tanto tempo fa. Il percorso finisce davanti a un proiettore di diapositive nell’unica stanza con le finestre oscurate: il fascio di luce crea sul muro una sola immagine transitoria. È una foto, graffiata e macchiata, delle carissime pendici alpine del San Bernardino. È il pragmatico risultato finale, tra Arte e illusione e Il senso dell’ordine. Tra i mani stavolta c’è infatti Ernst Gombrich, oltre a Pina Bausch e, naturalmente, a Mario Schifano.

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Giovanni Agosti