Bernardino Luini e i suoi figli

59,00 

2014 | 2 voll. indivisibili, 440 e 260 pp. | brossura | 22 x 24 cm | 350 e 343 tavv. a colori
ISBN: 978-88-97737-35-3

Lingua: italiano

Catalogo della mostra
Milano, Palazzo Reale, dal 10 aprile al 13 luglio 2014

Esaurito

Bernardino Luini e i suoi figli

Vol. 1: catalogo; Vol. 2: itinerari

 

a cura di Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa

 

“Chi dice Luini dice Lombardia” suona un vecchio adagio critico, tuttavia non privo di verità. Infatti i numerosi dipinti di Bernardino Luini hanno rappresentato per secoli una sorta di identità figurativa della regione, quasi un basso continuo. In una manciata d’anni all’alba del Cinquecento, l’artista ha messo a punto – trasformando in accademismo le inquietudini e le ambiguità sentimentali di Leonardo – una formula espressiva di enorme successo devozionale. La fama di Luini raggiunse il culmine nel corso del XIX secolo, incontrando i gusti dell’Europa romantica, con un’ampia diffusione delle sue opere, vere o presunte, in giro per il mondo. Intanto gli scrittori, da Stendhal a Ruskin, ne celebravano le qualità. Questa moda, che contagia strati diversi della società, subisce una battuta d’arresto all’aprirsi del Novecento. Solo negli ultimi decenni del secolo trascorso, si avvia un nuovo tipo di interpretazione del pittore, che la mostra intende mettere alla prova.
Luini, prima di raggiungere il punto di stile che gli garantirà per secoli la notorietà, ha una gioventù sperimentale e vagabonda. Calato dalla sponda magra del Lago Maggiore a Milano nei primissimi anni del Cinquecento, lascia quasi subito la capitale del ducato, e i suoi linguaggi figurativi (da Bergognone a Leonardo), per recarsi verso Est, nel Veneto felice, a verificare altre scelte d’espressione, in parallelo al crescere di Lorenzo Lotto. Il rientro a Milano avviene prima del 1512, quando – con la Madonna affrescata all’abbazia di Chiaravalle – sono poste le premesse dello stile che sarà suo per l’intera esistenza, conclusa nel 1532. Un classicismo moderato e comunicabile, che ha gettato dietro le spalle le asprezze intellettuali del Bramantino, alla ricerca di una nuova leggibilità, in sintonia con istanze di rinnovamento della chiesa. Quasi un Raffaello della Lombardia.
La mostra ha presentato, nella cornice di Palazzo Reale, una scelta di opere del pittore, provenienti dalle raccolte milanesi, integrate da significativi prestiti europei e americani. Attraverso quest’antologia, serrata sul piano della qualità – Luini è stato infatti, nonostante lo si dimentichi spesso, un grande pittore –, è stato possibile seguire l’intero percorso dell’artista: dalle ricerche giovanili ai più rassicuranti quadri della maturità, con un occhio costante al lavoro dei contemporanei (Boltraffio, Andrea Solario, Gaudenzio Ferrari, Caroto, Cesare da Sesto…). La morte non interrompe il successo della formula che i figli del pittore si preoccuperanno di portare avanti, aggiornandola, chi più chi meno, alla luce di nuove sensibilità.
La massiccia presenza di capolavori di Bernardino Luini nelle chiese di Milano e delle località limitrofe ha spinto a considerare parti inscindibili della manifestazione le visite a San Giorgio al Palazzo e a San Maurizio, ma anche, fuori porta, all’abbazia di Chiaravalle, al santuario di Saronno e a San Magno a Legnano, e persino alla Certosa di Pavia e a Santa Maria degli Angeli a Lugano. Il percorso, che ha integrato esposizione e città, è risultato quindi una sorta di autocoscienza figurativa per i milanesi, portati a fare i conti con un tassello cruciale della propria storia dell’arte. Per chi è venuto da fuori la mostra è stata l’occasione per conoscere uno degli artisti più significativi del Rinascimento italiano.

Rassegna stampa

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Giovanni Agosti

Jacopo Stoppa